I.3. tadā draştuh svarūpe ’vasthānam Alla luce della consapevolezza non-volitiva, immobile e perciò spontanea e senza-scelta, l’intelligenza non-divisa con le sue apparenti e passeggere modificazioni o movimenti di pensiero dentro di sé, non è confusa con alcuna di queste né ad esse è limitata. Allora (quando lo yoga così avviene), l’entità che vede o l’intelligenza omogenea, che viene, per ignoranza, considerata come l’entità separata che ha esperienza di sensazioni ed emozioni e come separata esecutrice delle azioni, non è divisa in uno o l’altro degli stati o modificazioni della mente, ed esiste per se stessa e come se stessa

Quando “yogaś citta vritti nirodhah” è stato raggiunto, allora l’osservatore (o il soggetto dell’esperienza) riposa in se stesso in uno stato non modificato; rimane puro ed incontaminato, semplicemente come l’osservatore.[1]
Non c’è niente di male col vedere o con la vista, non c’è niente di male con le cose viste e, allo stesso modo, non c’è assolutamente niente di male con qualunque cosa ti succede – né quello che è chiamato piacere né quello che è chiamato dolore – basta che non lo chiami e riesci ad essere quello, senza creare una divisione.
Continui a vedere e, nell’intensità di quella visione, all’improvviso c’è una comprensione che vedere soltanto è vero, percepire soltanto è vero, soltanto la pura esperienza è vera. Quello che viene considerato l’ego è solo il puro atto della percezione, che vuole (se così si può dire) aver esperienza della propria esperienza. C’è all’improvviso la realizzazione che la coscienza (consapevolezza) è in ogni momento e che ogni atto di percezione è reso possibile in quella coscienza da quella coscienza. La coscienza riposa, senza una divisione, come totalità.
L’entità che vede (o la vista) rimane come puro atto dell’esperienza, proprio come l’oceano rimane costantemente l’oceano. Le onde possono infrangersi sulla riva, ma l’oceano non diminuisce per questo; le onde possono tornare indietro nel mare, ma l’oceano non diventa più grande. In quella pura esperienza non c’è dolore. Essendo questo inconsueto, la mente suggerisce che probabilmente non è vero; ma se esaminate lo stato del sonno profondo, vedete che lì non c’è dolore, perché non c’è una divisione tra l’esperienza del sonno e chi ha l’esperienza del sonno. Non sei tu che dormi: il sonno fa dormire te o il sonno dorme e tu ne sei semplicemente coinvolto.
Qualunque esperienza di natura simile, in cui non c’è divisione dell’esperienza, è pura. In essa non c’è il peccato e non c’è la sofferenza. Quello è lo stato di uno yogi.
Lì, l’entità che vede, l’osservatore di tutto questo, il soggetto di tutte le esperienze rimane nel suo proprio stato di perfezione, non modificato dalle vritti, dai samskara[2], dal senso dell’ego o dalla mente. Non è soggetto a modificazioni né crea una divisione tra l’oggetto e l’esperienza. Perciò la conoscenza di sé non è l’assoluta negazione di ogni punto di vista, ma la sottile trascendenza di tutti i punti di vista, in modo che la totalità possa essere realizzata. Non c’è né repressione né soppressione né qualunque cosa che si può discutere. Non c’è nulla che la mente possa capire e afferrare, perché è totale, è cosmica nelle sue dimensioni. E’ l’infinito. Quell’infinito è l’osservatore, il soggetto di tutte le esperienze. Quello è, e perciò tutto il resto è; è perché quello esiste che tutto il resto splende.
Eppure, stranamente, benché quel sé continui ad esistere in tutti questi stati e continui ad essere il sostrato di tutti questi punti di vista, l’osservatore rimane per sempre non-modificato: il sé non è sottoposto ad alcuna modificazione. Questo stato di yoga può essere chiamato meditazione profonda o stato supercosciente. Quando sei in quello stato di yoga, è lì dentro di te ed è accessibile.
Nello stato di yoga, l’intelligenza funziona naturalmente nella sua propria forma naturale – o senza forma. Non soffriamo a causa della nostra natura: sono un essere umano e questo non crea alcun problema nella mia vita né mi causa la minima sofferenza, non mi preoccupa. Ciò che è naturale è libero. L’intelligenza che fa parte di me, ne vede la naturalezza e perciò non la rifiuta; vede la naturalezza di qualcosa che passa e non la desidera. E’ importante ricordare questo.
Quello che è naturale non crea problemi ed è permanente, non cambia. Se parliamo della natura e della non necessità di cambiare la natura, allora qualcuno interpreta male: “Oh, io sono di natura cattiva, non devo cambiare la mia natura cattiva”. La cattiveria non fa parte della tua natura, è una modificazione che viene dopo, un cambiamento nell’umore della mente. Se ritieni che è nella natura umana essere a volte violenti, non può essere a volte; se dici che c’è violenza nella natura umana, devi essere violento dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. Sei un essere umano per ventiquattr’ore al giorno, sei nato essere umano e morirai come essere umano.
Non accetto l’affermazione che la violenza sia parte della natura umana – non è così. Ho un modo poco ortodosso di spiegarlo: non puoi arrabbiarti a volontà. Prova adesso! L’ira è un cambiamento che ha luogo occasionalmente, perciò non è parte della tua natura, sembra possederti temporaneamente e poi ti lascia. Ciò che è naturale e perciò permanente, non causa alcun problema nella nostra vita.
 [1] “Draştuh” è uno che vede, che ha l’esperienza¸ qui “vedere” è posto per coprire la percezione da parte di tutti i sensi e come percezione psicologica. E’ da notare che a questo stadio la prima persona singolare “io” non è usata.  
[2] Le impressioni e le tendenze della mente.