Yoga Sutra II. 46-48 - LA POSTURA

II. 46, sthira sukham āsanaṁ

"La postura del corpo durante la pratica della contemplazione e in altri momenti, così come la posizione della mente (o l'atteggiamento verso la vita) dev'essere stabile e gradevole."


    Il significato di āsana è postura; questo Sūtra definisce la postura come stabile e piacevole; ora, che si tratti di una posizione fisica, di un atteggiamento psicologico o di uno stato emozionale, dev'esserci stabilità, gioia, felicità e piacere in ognuno di questi campi!

    Perché viene prescritta questa sthira sukham āsanaṁ? Perché Patanjali aveva affermato in un altro Sūtra:
    "L'instabilità del corpo o delle sue membra è indice dell'instabilità della mente".
    Perciò, se porti fermezza nel corpo, hai più probabilità di essere capace di diventare consapevole del movimento di energia nella mente.


Patanjali ci dà tre suggerimenti:

   1. Che la pratica sia moderata e regolare. Non devi né abbandonare la pratica né esagerare; questo è importante non solo nel caso delle āsana e del prāṇāyāma, ma anche della meditazione - anzi di ogni cosa. Alcuni yogi moderni partono con un entusiasmo eccessivo e poi abbandonano la pratica: questo mostra che il motivo stesso era sbagliato. Se puoi stare seduto o mantenere una posizione per poco tempo adesso, aumenta solo gradualmente la durata: se l'aumenti improvvisamente, potresti avere problemi alle ginocchia o altre parti del corpo e poi dovrai smettere per un po'!

    2. La meditazione stessa ti dà la stabilità della posizione: se sei capace di sederti stabilmente, ti concentri più facilmente, se la tua mente è concentrata puoi stare più fermo mentre sei seduto!
    3. In India c'è la convinzione che, se mediti su una tartaruga, una montagna o altri oggetti immobili e visualizzi quella fermezza nel tuo corpo, questo ti aiuta nella stabilità della postura. Le āsana non sono solo posizioni fisiche: la mente dev'essere presente, perché è la mente che dà la forza; l'energia è sempre presente ed è la mente che la rende utilizzabile.
    Una volta che hai padroneggiato questa postura di meditazione, la mente o l'attenzione fluisce in un'unica direzione, c'è una forte energia e la tua attenzione non si distrae facilmente.
    Hai bisogno di una postura stabile per poter guardare dentro, per osservare direttamente l'insorgere del senso dell'ego, per capire chi è il soggetto dell'osservazione o dell'esperienza. Sei intrappolato nell'illusione dell'esistenza di un soggetto dell'esperienza: ora devi confrontarti direttamente con questo che hai considerato autore o soggetto in modo che, alla luce dell'osservazione, quel soggetto sparisca.
    In genere si ritiene che le āsana del Raja Yoga siano diverse da quelle dello Hatha Yogala caratteristica della mente è proprio quella di dividere ma è possibile vedere che invece non sono differenti.
    Secondo i commentatori classici, qui per āsana s'intendono solo alcune posture nelle quali il corpo è seduto in uno stato d'immobilità, senza scomodità o disagio, e che non ci sia riferimento alle altre posture come  sarvaṅgāsana o posizione sulle spalle, sirṣāsana o posizione sulla testa, ecc.: io sento invece che questo Sūtra copra anche quelle posture: è essenziale mentre pratichi tutte le posizioni yoga, che tu le mantenga in maniera stabile per un po' di tempo e che non le pratichi come esercizi ginnici.
    Ogni āsana è una posizione inusuale e, quando poni il corpo in una posizione inusuale c'è ovviamente della scomodità all'inizio, oppure tendi a perdere l'equilibrio; se però osservi quello che accade, vedi che in quel momento c'è un'incredibile attività interiore: l'equilibrio viene ricreato e anche la scomodità iniziale va via! Quindi, in poco tempo, quella postura diventa sempre più gradevole e stabile. Qui stai davvero scoprendo che c'è un'intelligenza al di là dell'ego, perché l'ego di per sé non è capace di riportare l'equilibrio. Se pratichi attentamente una difficile postura di equilibrio, scopri che tutto il tuo corpo è  attivo e molto sveglio; questo non avviene se pratichi meccanicamente o con violenza.
    Presto diventi capace di mantenere quella postura per un tempo più lungo e scopri due cose ancora più belle: primo, che non puoi farti male; occorre un alto grado di idiozia per farsi male! Secondo: che i poteri dell'intelligenza interiore sono meravigliosi; quando mantieni  una posizione per un po', l'intelligenza interiore entra in azione riportando l'equilibrio e la confortevolezza; di momento in momento essa lavora, calcolando, più rapidamente di qualsiasi computer, il riallineamento e la compensazione.
    Quest'intelligenza funziona come una sola unità, un'unità indivisibile: lo yogi vede questo nella pratica delle āsana.


    Gli scopi interiori delle āsana sono molteplici; uno può essere la scoperta dell'intelligenza dietro il "me" ma questa pratica promuove anche la tranquillità e la pace mentale e quella che è chiamata salute psicofisica. Quando il corpo è in uno stato di salute, anche la mente è in armonia e puoi servire l'umanità molto meglio o, almeno, non sei di peso a nessuno. Alcuni yogi in India ritengono che chi pratica le āsana per star bene sia un egoista: rendiamoci conto invece, che star bene è di per sé un grande servigio all'umanità; uno che è malato richiede l'attenzione di mezza dozzina di persone; perciò, risparmiando quell'incompensa ad altri, stai già facendo un opera di bene.

    Con il termine āsana  s'intende anche un posto a sedere o un tappetino. Padmāsana (padma è il fior di loto) può significare la classica postura a gambe incrociate a fior di loto ma anche "la postura del fior di loto"Lo yogi vive nel mondo come il fior di loto nell'acqua, senza esserne toccato o contaminato - e non solo: il loto viene fuori dal fango eppure è tra i fiori più belli. Questo può significare: non dar retta allo psicanalista, non preoccuparti della tua provenienza o di quello che ti è successo nell'infanzia o in una precedente incarnazione; tutto quello può essere fango ma tu sei un fiore di loto! Non continuare ad avere rimorsi del passato e non incolpare gli altri di quello che è successo. Realizza quello che sei ora - un loto. Anche questo stato interiore può essere la posizione del loto.
 Dunque āsana può significare posizione della mente, posizione psicologica e posizione emozionale, bisogna tener presente tutto questo e non attaccarsi ad una certa definizione o descrizione pensando che sia tutto lì. E' anche possibile vederci una lezione fondamentale nella tua vita e cioè: a meno che  la tua mente, le tue emozioni e il tuo atteggiamento verso la vita non siano solidi, ben radicati e anche confortevoli, la tua vita non sarà facile. Se invece nel piano psicologico ed emozionale la tua posizione in questa vita è sia salda che piacevole, allora la vita va avanti pacificamente.

Se accettiamo che lo yoga vada praticato durante tutta la vita quotidiana, allora questa "postura" può anche riferirsi all'atteggiamento che assumiamo riguardo alla vita. Il tuo atteggiamento verso la vita dev'essere stabile e confortevole, una disciplina scomoda è improbabile che duri, perché crea una tensione o ribellione interiore: però una certa disciplina è necessaria. Quella disciplina deve essere imbevuta dell'aroma del senso comune, solo allora ha la possibilità di durare a lungo.
Quindi per postura si può intendere la postura che assumi per la meditazione e anche le posizioni che assumi nella vita, nelle tue relazioni con la gente. Se non c'è una spaccatura o un violento conflitto nelle nostre relazioni queste possono durare a lungo ma, una volta che una relazione è stata rovinata, è molto difficile ricucirla. Anche se aggiustata sarà un rammendo: la minima eccitazione può scioglierla di nuovo!

Devi trovare un terreno solido, se non l'hai ancora trovato, ogni folata di vento ti farà volare in una direzione o nell'altra; una volta che hai messo le radici in un terreno solido e sei costante, puoi crescere quanto vuoi in altezza o in ampiezza, perché non sarai sradicato. Tutto questo dev'essere accompagnato da comfort e gioia interiore, in caso contrario la mente si ribellerà contro qualsiasi cosa fai. Ed è vero tanto delle posture di yoga che della postura chiamata vita. Se hai avuto la sfortuna di stirarti un muscolo durante una posizione yoga, per molto tempo il corpo si rifiuterà di assumerla di nuovo, perché è traumatizzato. Anche nella vita, se vieni a trovarti in una situazione complicata in una relazione personale, la mente vuole evitarla: non vuole esserne coinvolta.

Solo la persona che è in pace dentro di sé, che assapora quella pace e vi trova diletto, che sente la bellezza e la gioia di quella pace, non vorrà essere trascinato in alcun tipo di conflitto. Una persona tale è pace, e irradia pace e gioia. Non è lottando che uno può stabilire la pace o la felicità ma rilassandosi e lasciando che tutto si sciolga. Essendo radicato nella pace ed essendo fermamente stabilito nella gioia interiore, quella persona può irradiare o promuovere tali cose nella vita.
Questo breve Sūtra, dunque, può avere tutte queste applicazioni nella nostra vita quotidiana.


YOGA SU̅TRA II.47  prayatna śaithilyā  'nanta samāpattibhyā  

Tale postura può essere ottenuta (1) con l'abbandono dello sforzo e dell'uso della volontà, e (2) con la continua consapevolezza dell'infinito  come eterna esistenza. 
    
Per assicurarsi che abbiamo ricevuto il messaggio, che non c'è sforzo, Patanjali aggiunge un altro aforisma. Due cose devono esserci insieme - prayatna śaithilya -  cioè "quasi spontaneo, senza lotta". Questo significa arrivare fino al punto dove inizi a sentire resistenza, e fermati lì. Se ti fermi prima, sei pigro. Ma questo è solo meta dell'aforisma, l'altra metà - ananta samāpattibhyāṁ - significa "contemplazione dell'infinito", che è una maniera molto romantica di dire, "Vai avanti".  C'è infinita potenzialità dentro di te, contempla l'infinito. Perciò l'autore dice, "Fermati quando senti resistenza, ma continua dolcemente".
Questo è vero della postura di yoga e anche della postura chiamata vita. Quando c'è una lotta o un problema nella tua vita ricordati questo. Non lottare per uscirne, perché quello peggiora la situazione. Ricordati anche che tu eri lì prima che il problema entrasse nella tua vita e che continuerai ad esserci dopo. Tu sei l'infinito, il problema è solo un piccolo incidente nella tua vita.
Dev'esserci giusto l'impegno sufficiente, sapendo che l'intelligenza nel corpo, che ha creato questo corpo e lo sostiene, è in grado di risolvere ogni situazione che sorga nella vita. Non è necessario affliggersi per quello adesso.
Quindi, nella pratica delle āsana e nella posizione che uno prende nella vita stessa, minore è il conflitto, maggiore è la purezza e la bellezza. L'immagine sorge nella tua mente e subito l'intelligenza in tutti i tuoi arti entra in azione: senza conflitto. Contemplando l'indivisibilità dell'intelligenza, il corpo assume la postura, e la persona assume una certa posizione riguardo la vita e tutte le relazioni.


YOGA SU̅TRA        II.48   tato dvandvā 'nabhighātaḥ

Poi sorge l'immunità dagli attacchi furiosi delle coppie di inseparabili opposti - come dolore e piacere, caldo e freddo, successo e fallimento, onore e disonore.

Una volta che sei stabilmente seduto, quando hai acquisito la maestria in questa postura di meditazione e la mente o l'attenzione fluisce in un'unica direzione, c'è un'energia elevata e la tua mente non è facilmente distratta o deviata.

Ecco un bellissimo esercizio. Siediti nella posizione del fior di loto e dì a te stesso: "Ora non mi alzo per le prossime tre ore". Le ginocchia ti cominciano a far male, tu non sopporti il dolore (se sopporti il dolore diventi un martire, erigeremo una statua per te!), ma lo utilizzi per cercare di scoprire che cos'è che lo chiama dolore. C'è sicuramente una sensazione nelle gambe; dov'è che questa sensazione (una mera sensazione neurologica) viene convertita nella categoria psicologica di dolore? Perché questo fenomeno neurologico non può rimanere come fenomeno neurologico? Perché deve invadere la tua psiche? Un nervo fa male, lascia che faccia male; un nervo punge, lascialo pungere. Perché il cervello deve interpretare questo fenomeno neurologico come dolore? Perché non come piacere? O, perché piacere? Perché non lasciarlo come fenomeno neurologico?
Se uno osserva quello che succede dentro di sé durante la pratica di questa āsana, allora quello diventa yoga. L'idea è che mentre ogni postura viene eseguita uno deve vedere cosa sta succedendo al corpo. Cosa dice il corpo? Qual è la sensazione? Il cervello o la mente come interpreta questa sensazione?
Se uno comprende lo spirito dell' āsana  in questa maniera, questo aforisma spiega cosa succede (non necessariamente come risultato di tutto questo). Lo studente di yoga trascende o è immune agli attacchi di quelle che sono chiamate coppie di opposti. C'è un'espressione leggermente modificata, "coppie di inseparabili opposti" come il giorno e la notte o il caldo e il freddo; non puoi separare l'uno dall'altro. Anche se ti rechi in un luogo dove fa sempre caldo, scopri che il tuo corpo comincia a sudare profusamente; dove c'è il caldo dev'esserci qualche tipo di agente rinfrescante. Perciò ogni cosa è accompagnata dal suo opposto. Se hai un amico, in lui hai un nemico; vuoi che continui ad essere tuo amico, perciò speri di non offenderlo: già così lo stai inimicando, perché la paura di perdere un amico è già la nemica nascosta di questa relazione. In un altro caso, è possibile che qualcuno ti odi e il sentimento iniziale è che lui sia tuo nemico. Hai tanta paura, e a causa di questo ti comporti bene con lui, creando così un'amicizia a quel livello. Queste cose non vengono da sole.

Quindi, se questa definizione che abbiamo studiato finora riguardo la postura - che dev'essere stabile e confortevole, mantenuta con il minimo sforzo e che ci sia la contemplazione dell'infinito - è stata compresa, allora non vieni impantanato da queste coppie di inseparabili opposti. Ti rendi conto che lui è un amico: adesso devi avere paura di lui; lui è tuo nemico, adesso devi farci amicizia. Fa caldo, non importa, suderai; fa freddo, ti metti un maglione e ti riscaldi.
Questo aforisma è anche stato interpretato dai commentatori ortodossi a significare che, se sei in grado di avere questa stabile postura e di entrare in meditazione, non sarai affetto dal caldo e dal freddo. Per me questo è molto infantile, come un contentino; mentre comprendendo l'intero spirito di questo testo, si apre una prospettiva di incredibile bellezza. Tutta la tua vita si trasforma!

Se la posizione nella vita (come anche la postura fisica) è ferma e c'è costante contemplazione dell'infinito senza alcun conflitto, allora qualunque cosa accada nella vita - onore, disonore, dolore, piacere, felicità o infelicità - diventi un tipo di ottimista in grado di vedere che c'è sempre un po' di felicità celata nell'infelicità. (Vi prego di non pensare che io intenda il complesso del martire o il masochismo). Non puoi scrivere la parola "infelicità" senza la parola "felicità" insita in essa. L'infelicità è solo un'estensione della felicità: è quando cerchiamo di estendere la felicità che cadiamo nell'infelicità. Sii contento con quel tanto di felicità che viene, godine, lasciala andare. Non desiderare di ottenerla ancora o di estenderla: siccome così non ripudi quello che arriva dopo, questo non diventa vera in-felicità.
Dunque, quando sei fermamente e spontaneamente stabilito in questa postura e quando contempli l'infinito tutto il tempo - non solo quando ti siedi nella posizione del fior di loto per la tua meditazione, ma in qualunque postura tu possa assumere, fisicamente e mentalmente - questo è il senso in cui la parola āsana viene usata.
    
(Da: The Yoga Sutras of Patanjali, with commentary by Swami Venkatesananda, The Divine Life Society, P.O. Shivanandanagar - 249 192, Himalayas,  India)

Venkatesa daily readings, 14 Marzo




Non bisogna più chiedersi "Sono io che devo occuparmi dei miei fratelli?". La coscienza chiede invece, "Non sono forse io che devo occuparmi dei miei fratelli?" e non aspetta che ci sia una risposta. L'amore è la spontanea manifestazione che consegue al vedere, realizzare questa unità in cui siamo tutti intessuti - quale che sia la nostra religione, casta, nazionalità o stato sociale. L'amore non conosce distinzioni e la distanza non conta: l'amore fluisce dovunque ve ne sia bisogno, spontaneamente, proprio come l'acqua scorre da un terreno più alto ad uno più basso.

Il Rig Veda dichiara:
"Ahyam me hasto bhagavān" - Questa mia mano è Dio.
La parola hasto significa sia mano che abbondanza.
Una persona matura comprende la sua relazione di interdipendenza con tutti gli esseri viventi ed evita così la trappola dell'egoismo nella quale potrebbe altrimenti cadere. L'interdipendenza, come l'amore, è naturale; è la mutua dipendenza di due o più persone che sono psicologicamente indipendenti e libere. La società composta di persone di questo tipo è in grado di sostenersi e di prosperare.

Solo il tipo di prosperità e di progresso raggiunti da questo amore reciproco e mutua collaborazione è vero e duraturo - ed è davvero a portata di mano!

Venkatesa daily readings,                    15 Marzo

La natura è piena di doni; la luce splende tutt'intorno ma noi ci volgiamo via da essa creando il buio nella nostra vita. Così le nuvole si addensano creando confusione, disordine, dolore e sofferenza. Nel nostro sforzo frenetico di liberarci del dolore e della sofferenza dimentichiamo che è proprio il desiderio di liberarci dal dolore e dalla sofferenza che costituisce la sofferenza e che lo sforzo la rende peggiore. Lo sforzo di creare ordine è di per sé disordine.
Questo lo vediamo durante il sonno: il sonno è "azione nella non-azione". Quello che ha riposato nel sonno ha dormito senza la nozione di dormire, senza neanche la consapevolezza di dormire e senza neanche il desiderio di dormire bene. Nel sonno non c'era divisione tra essere e fare, tra l'intelligenza e l'azione. In altri momenti l'idea che abbiamo dell'azione interferisce con l'essere o l'intelligenza: è l'idea che agisce, l'idea stessa è l'io. L'io crea una motivazione, uno scopo o una ricompensa: così sorgono le idee di successo e fallimento, piacere e dolore e tutte le altre coppie di inseparabili opposti.

La mente che vede questa verità come verità e non come un'idea, è attenta. La stessa mente vigile è ordine, è virtù; il suo sguardo potente non permette all'idea di sorgere. In questa luce, le azioni avvengono - azioni che sorgono direttamente dall'essere o intelligenza. La vigilanza stessa della mente è la meditazione.

Gli Otto Rami dello Yoga


Gli Otto Rami dello Yoga
Astanga Yoga

(dal sanscrito "asht" che significa "otto", "anga" che significa "arto, membro, ramo")



Seminario a Parigi, Marzo 1982


Quarto Giorno


Vi sono due termini nello Yoga.  Uno è yama,  che già stiamo esaminando; l'altro è samyana.   In sanscrito (e anche in pali ed altre lingue) sam è un prefisso che denota enfasi, es.: fatto - ben fatto.
Samyana quindi vuol dire, yama portato alla perfezione, il culmine dello yama, il completamento di yama; significativamente, nello Yoga, yama è considerato come il primo stadio e samyama come l’ultimo.  Questo se volete pensare che lo yoga abbia dei gradini; personalmente, io non ritengo sia così, ma questo non è importante.
Se sei sincero e serio nella tua pratica scoprirai che yama è impossibile senza samyama e che samyama è identico a yama.
Non puoi praticare una virtù e pensare che diventerai perfetto dopo; se non sei perfetto, non sei virtuoso e, se non sei virtuoso, non sei perfetto.  Se non sai come entrare in samādhi, non puoi neanche praticare ahimsā  (la prima delle yama - non violenza); se non pratichi ahimsā, non puoi entrare in samādhi.
Yama e samyama sono esattamente le stessa cosa. Samyama è samādhi; samādhi (ne parleremo più in là) possiamo chiamarla “estasi”.  Siamo solo passati da una parola all’altra e ogni parola ha gli stessi difetti, le stesse limitazioni di qualsiasi altra - satori, samādhi, “realizzazione del Sé”, realizzazione di Dio”, “estasi”.
Solo nell’estasi c’è conoscenza, in quella conoscenza non c’è divisione, dove non c’è divisione c’è l'amore: dove c’è l'amore c’è la virtù.
Questi sono tutt'uno; non si possono separare l’uno dall’altro, né si può fare dell’uno una scala per l’altro. Conoscenza, amore, estasi, unità, sono tutti sinonimi.  Quell'unità non ha alcuna divisione; la conoscenza è guardare dentro qualcosa, non a qualcosa: in questo caso, si tratta di un modo di guardare dentro senza divisione. Dove non c’è divisione, cosa guarda a che cosa?  La totalità guarda dentro se stessa: questo è chiamato samādhi.

Ma questa estasi non è uno strano fenomeno che solo asceti e mistici nelle grotte delle montagne imalaiane praticano e raggiungono: è a disposizione mia, vostra, di tutti!  Ne abbiamo avuto esperienza migliaia di volte, non solo quale esperienza di sonno profondo, ma come esperienza estatica; una volta o l’altra l’abbiamo tutti avuta.  Come mai non è continuata?  Cosa non ha funzionato?  L’estasi è un’esperienza senza un oggetto che abbia l’esperienza.  Quella è l’estasi; un’osservazione senza osservatore è samādhi.  Ma quest'estasi, essendo colma di conoscenza, ha latente in se stessa la potenzialità di formare un soggetto dell’esperienza, come nel processo di cristallizzazione, una soluzione satura di sale può formare un cristallo.  Quell’estasi può durare mezz’ora, cinque minuti, due minuti, un decimo di secondo; può trattarsi di una forma più bassa di estasi, come può accadere in un'esperienza sensuale; guardi una bella ragazza: - aah! stupenda! - c’è l'estasi di un attimo.  Oppure puoi entrare in meditazione, satori, shakti-pat, trasmessoti da qualcuno e c’è l’esperienza di estasi, che può durare anche un’ora, due ore.
Abbiamo sentito recentemente che c’è chi può farti entrare in samādhi per nove giorni: bene, meraviglioso!  Tu però non sai che si tratta di nove giorni; non c’è un soggetto della esperienza che stia a contare: mezz’ora, un’ora...

Nell'estasi, trattandosi di uno stato di piena consapevolezza, al contrario del sonno profondo o dello stato di coma, c’è la potenzialità del sorgere di un soggetto dell’esperienza.  La coscienza ha questa potenzialità inerente.  Spesso ci riferiamo alla coscienza come alla “luce interiore”.  Il sole o una lampada illuminano  se stessi e poi gli oggetti che li circondano; questo avviene in qualsiasi sorgente di luce ma, la cosa più strana è che, nel nostro caso, la conoscenza o questa luce interiore che splende in noi, oscura se stessa e illumina gli altri: è una tragedia!  Non siamo mai consci di quello che noi siamo veramente ma siamo consci di persone o di oggetti in questo mondo.  Il sorgere di un soggetto è inerente ad ogni esperienza in cui c’è coscienza e quel soggetto, non essendo conscio di se stesso, diventa conscio dell’oggetto dell’esperienza.
 
Ecco che il pensiero sorge; la consapevolezza dell’altro è chiamato pensiero: è così semplice!  Che “l’altro” voglia dire ciò che succede nella tua stessa mente (es.: un senso di felicità) o che si riferisca a quello che tu pensi che sia la sorgente di tale felicità.
Quando tale divisione non esiste, siamo felici ma, all'improvviso qualcosa succede: “Io sono felice di essere con te!”

Questo ci dà l’impressione della divisione, crea l'illusione di essere due entità distinte; in realtà siamo ancora una cosa sola, ma il collegamento è nascosto sotto  un velo di ignoranza.
Quando io sono felice di essere con te, ho creato uno spazio e, immediatamente, un “io” sorge e un “tu” è creato, con un serie di conseguenze: “io sono felice con te”, “la mia felicità viene da te”, “tu sei felicità per me”.  L’io è dimenticato e, per il momento, solo tu esisti.  Poi, quando questo “tu” è insoddisfacente, vai da un altro “tu” - sei sempre rivolto verso l’esterno.

All’improvviso cominci a capire che questa divisione è l’origine di tutti i tuoi problemi - questo è l’inizio dello yoga, l’inizio di yama: l’abolizione di questa divisione e la contemporanea realizzazione dell’unità è yoga - potete anche chiamarlo come volete.

Non è apportare un’unione; non c’è bisogno di apportarla, è già lì, sommersa nell’ignoranza.  Yama pone fine a questo stato di ignoranza nel quale tu pensi di essere diverso e distinto da me.

E’ allora che diventa chiaro come capire gli altri, come amare gli altri; tutte le discipline descritte sotto il titolo di “yama” diventano chiare.  Se ti rendi conto che (per usare un’espressione semplificativa) siamo cellule di un solo organismo, allora non ci faremo male l’un l’altro - e, se ci viene fatto del male, non ci sentiamo offesi; forse questo non ha senso per voi?

C’è una bellissima espressione in una lingua indiana, in tamil:
“Ti  taglieresti forse la mano, se questa accidentalmente ti accecasse un occhio?”

E’ una cosa che può succedere e può anche essere una cosa seria ma non andiamo certo a punire il dito. Per questo i saggi ci chiedono come mai andiamo in collera quando qualcuno ci fa qualcosa, perché, in realtà, non si tratta di qualcun altro: anche lui  è come un dito della tua stessa mano!  Quando questo è chiaro, ahimsā  (la non-violenza) viene praticata senza sforzo, diventa naturale.  Allora la tua consapevolezza fluisce senza sforzo, in maniera unificata verso il centro, verso il sé (e questo è chiamato brahmacharya, il quarto yama).   E’ allora che il desiderio scompare - non voglio accumulare nulla a spese tue perché, se tu sei infelice, lo sono anch’io.  Queste non sono virtù da coltivare, ma virtù da essere capite in un senso molto diverso.

Mi rendo conto che, se sono il soggetto di una esperienza, alle dipendenze dell’oggetto di essa, non sarò mai felice, non troverò mai neanche quello che penso di star trovando.  In un momento sono felice, in quindici altri sono infelice.
Questo continua, fino a quando, una bella mattina mi sveglio alla verità che (senza alcun riguardo per l’oggetto dell’esperienza) l’esperienza è in me.  “Io” sono ancora lì, amando o odiando il “tu” ma mi rendo conto che sono io che ho esperienza di questa infelicità, indipendentemente da chi tu sia o cosa tu faccia - devo fare in modo da capire questo!
Nel momento in cui fai questo passo, l’oggetto dell’esperienza, va anch’esso sotto la coperta.  Insieme al resto dell’umanità, anche tu entri nella zona della mia ignoranza (come quella del sonno profondo).
Ti spingo lì, non voglio sapere chi tu sia, sapendo che non posso conoscerti in uno stato di divisione; finché c’è un rapporto diviso, non posso conoscerti: conoscere significa entrare dentro, esperienza indivisa, estasi, amore.

Nel momento in cui ho diviso questo fattore indivisibile, l'amore” , riducendolo a “io-amo-te”, ti ho perso! Da questa posizione non posso conoscerti, è assurdo. Mi rendo conto che non  posso conoscerti. Posso dire - ti amo - ma...ti amo ora...ti amo ora perché... Quella frase di tre parole, non è mai “io ti amo”, completa in se stessa.
Non ti amavo ieri, non sapevo neanche chi eri ieri, ora ti amo...ma neanche questo è completo: ti amo perché...sei bella, attraente, sei buona con me... Una volta che questi “perché” non ci sono più, tutto si può ridurre in frantumi. In questo non c’è amore, non c’è “conoscere” (non c’è niente). Quando mi rendo conto “non posso conoscere te” allora m’impegno a conoscere almeno me stesso.

Lascio perdere te, mi dedico a scoprire me stesso: l’esperienza di gioia sorge in me, l’esperienza di infelicità sorge in me, allora lasciami capire me stesso. Se ci sono tanti miliardi di persone nel mondo, ne conosco solo cento, o meglio, penso di conoscerne cento. Quando mi rendo conto che penso di conoscere m, in realtà, non conosco queste cento persone, le metto una ad una sotto la stessa coperta; è lì che sono anche le altre migliaia di milioni! Esse non sono responsabili della mia infelicità; sono io che devo scoprire dove sorge la felicità in me, e dove sorge l’infelicità in me.

Allora, quando questa conoscenza rivolge l’attenzione verso se stessa, l’oggetto scompare e la consapevolezza comincia a fluire verso l’interno. Ehi!! E’ abituata a fluire verso l’esterno ma ora fluisce verso l’interno! Ora c’è una forte collisione;  Quando questa lotta avviene, questo diventa il punto di consapevolezza. La consapevolezza tende a fluire verso l’esterno, perché è abituata in quel modo: è abituata a guardare ad altro. Ora sto ritirando l'attenzione: “pratyahara  questo è il famoso nome datogli nella terminologia yogica. L’attenzione che fluisce verso se stessa è pratyahara, raccogliere, restringere. L’attenzione sta fluendo verso il sé: ma cos’è il sé? Che l’attenzione fluisca verso il sé, vuol dire che il sé diventa un oggetto? No! E’ assurdo! Eppure è così che sembra. C'è l’abitudine a tendere verso l’esterno mentre l’investigazione porta l’attenzione verso il centro: le due tendenze entrano in collisione.

A questo punto c’è un’idea che il sé sia lì, all’interno, come se lo si potesse guardare...come posso guardare il sé? Sono questo o quello...questo...quello... Può il sé essere guardato? La battaglia interna è in atto, continua. Cos’è questo sé?
Nel porti questa domanda in questo modo, può aiutarti l'uso di un mantra o formula, un mandala  o cosmogramma; se vuoi usare un mandala usa pure un mandala, se vuoi guardare ad una figura, guarda pure una figura, ma rivolgiti sempre internamente, non all’esterno.

Ancora una volta, nell’applicazione di uno qualsiasi di questi metodi c’è un’esperienza e un soggetto dell’esperienza; prima il soggetto si rivolgeva al ‘tu’, ora ad ‘esso’: non c’è differenza. C’è l'infelicità a parte il pensiero di infelicità? C’è la felicità a parte il pensiero di felicità? C’è una esperienza che non sia definita tale da un soggetto di essa? Io sto ripetendo il mantra, io sto ascoltando il mantra: c’è una tremenda rivoluzione. Una volta l’attenzione è rivolta da un lato: sto dicendo il mantra? Una volta è rivolta dall’altro lato: sto ascoltando il mantra? E’ questo io? E’ quello io? Tutto questo avviene ad una velocità spaventosa. Questo processo è la meditazione.
Non si tratta solo di ripetere un mantra o di visualizzarlo: tutti questi sono di grande ausilio ma  la pratica della meditazione è cercare di scoprire se sei l’esperienza o il soggetto dell’esperienza. Sei l’esperienza stessa? Sei quello che ha l’esperienza?
Questi due sorgono entrambi simultaneamente dal sonno: non è così? Dallo stato di inconsapevolezza, appena sorge la consapevolezza sorge l'esperienza - soggetto dell’esperienza. Sorgono insieme, un soggetto e un oggetto. Quando, subito dopo, questa divisione soggetto-oggetto è importata dentro di sé (per modo di dire, perché non so che cosa sé voglia dire) allora sorge un’esperienza interiore: che sia l’esperienza di vedere qualcosa come un mandala, o di sentire qualcosa come un mantra - c’è una divisione. 
E’ logico che la coscienza non può essere divisa, lo spazio non può essere diviso. Come potrebbe la coscienza, la consapevolezza essere divisa? E’ più sottile dello spazio! Eppure c’è una (scusate la parola) maledetta, reale esperienza di divisione! Sto dicendo il mantra e lo sto ascoltando!  Ehi! Eppure sono uno! o forse sono tre?! Infatti posso vederli entrambi! Una volta guardo l’uno, una volta l’altro...!
  Un’altalena tremenda, ad una velocità terrificante.  Se per caso l’attenzione comincia a fluire verso l’esterno, ti rendi conto che stai ancora una volta guardando ad un oggetto fuori. Che si tratti di un oggetto esterno (rappresentato lateralmente) o di un oggetto dentro (rappresentato verticalmente), l’oggetto è sempre un oggetto. Come può esserci un oggetto se sono uno? Questo problema diviene  straordinariamente profondo nella meditazione.

Quando ti accorgi che puoi osservare i tuoi stessi pensieri, quando puoi vedere i pensieri nascere e scomparire, sorgere e cadere...! dio mio, che cos’è? Perché sorgono? -- La memoria! Un risveglio della memoria! Anche il mantra è memoria. Hai sentito il suono da qualcuno e continui a ripeterlo. Il mandala, la figura, qualsiasi oggetto, non sono altro che memoria. La memoria è pensiero, il pensiero crea divisione e la divisione è sostenuta. Quando può essere compresa questa sorgente del pensiero? Può la memoria conoscere se stessa? Può la memoria diventare l’oggetto di se stessa? Può il me, posso io diventare il mio stesso oggetto? Questo vuol dire creare una divisione dentro di me! Posso abolire quella divisione? Ma in che modo? Quest'investigazione deve arrivare per forza in un vicolo cieco: deve finire con la morte dell’ego.

Quella è chiamata yama; improvvisamente tutto cade. Allora, se hai quell’abitudine, dirai: “Dio...finito!” Se non credi in un dio dirai: questo problema è impossibile da risolvere...ah, no!
Se fosse davvero impossibile, non mi sarei mai sforzato di risolverlo "Questo problema è impossibile da risolvere attraverso uno sforzo”. Così come mi addormento, senza alcuna volontà, se questo “me” (o memoria) lascia andare ... ecco qui.

Questo è chiamato īśvara pranidhāna, che è l’aspetto centrale di niyama (v. gli otto rami dello yoga). Non è un arrendersi impotente e non è neanche una resa per pigrizia; è un arrendersi che avviene dopo uno sforzo intenso in cui il me, che non è altro che memoria, riconosce che da sé non può risolvere questo problema, per cui cade.
 E’ interessante cosa succede quando questo sforzo cade: improvvisamente ti rendi conto mentre resti cosciente, che non c’è nulla in tutto l’universo che sia divisibile. Nulla, niente al mondo è divisibile. E’ allora che yama ha un senso; solo allora, quando quel cosiddetto ego, che in vari modi si è sforzato, è arrivato alla sua fine naturale (la fine naturale è che non era mai), ti rendi conto che non c’è bisogno di restrizione.
Allora yama, niyama, nirodha, che possono tutti significare esattamente la stessa cosa, non coinvolgono alcuno sforzo. Lo sforzo è solo qualcosa che tu ed io abbiamo l’ambizione di ottenere; abbiamo diverse ambizioni: una persona vuole diventare multi-miliardario, si dà da fare, si sforza, un’altra vuole rinunciare a tutto e diventare un grande yogi: si sforza, si sforza.
Una persona pensa di voler uccidere tutti quelli che gli sono d’ostacolo, perché vuole vivere felicemente, un’altra dice “voglio tagliare il mio corpo a pezzi e darlo in pasto ai cani, in modo che i cani siano felici”! E’ la stessa cosa. Nessuna è superiore all’altra. Se yama non è conosciuta come inseparabile da samyama o meditazione, ogni tipo di pratica bizzarra e grottesca può venirne fuori; ecco un paio di esempi folli. Sapete quali sono gli yama:

ahimsā, satya, asteya, bramhaciarya, aparigraha - yamah. (Yoga Sutra II.30)

Ahimsā: non violenza. Buddha diede grande enfasi ad ahimsā; il suo insegnamento riguardo ad ahimsā è bellissimo, ad ogni modo, quello che popolarmente si conosce è: non uccidere.
Questo insegnamento era stato trasmesso a della gente della Mongolia o del Tibet, regioni dove c’è pochissimo da mangiare e dove è impossibile coltivare qualsiasi tipo di vegetale. L’unica dieta di queste popolazioni è la carne. Alcuni andarono dall’anziano capo e chiesero cosa dovessero fare, avendo ricevuto quell’insegnamento del Buddha. Il capo disse: “Portatemi il libro, studiamolo bene, leggetelo”. Il discepolo lesse: “Non farai cadere una goccia di sangue di un essere vivente per tua mano!” - Ma questo è semplice! Perché non lo avete letto prima? Portatemi un capro o un agnello e del cotone. Mettete questo cotone in tutte le aperture dell’animale, poi strangolatelo. Ora è morto, potete aprirlo e prepararlo per mangiare. Mentre era vivo non è uscita alcuna goccia di sangue, ora è morto: potete fare quello che volete! Questo è il tipo di perversione che sorge. Questo non è ahimsā.

Satyam: dire la verità; ho anche sentito la storia di un giovane (in Sud Africa) che si unì ad una certa setta, basata sull'aderenza assoluta ai dieci comandamenti. Il giovane si accorse che sua madre aveva un amante: “Una relazione di adulterio”, quindi andò e rese pubblico il fatto, lo disse a chiunque incontrava. Poi, il padre iniziò la causa di divorzio e chiedevano al giovane come mai stesse facendo una cosa del genere contro sua madre. “Ho giurato di dire la verità!” Ma che tipo di verità è questa? Non ti accorgi che stai facendo del male a qualcuno? Questa non è verità.

Nello stesso modo asteya, aparigraha ... Tutti questi yama sorgono in te se entri in samadhi, se l’attenzione è rivolta dall’oggetto al sé. E’ il sé che genera tutti questi cattivi pensieri, parole, azioni.
E’ reale questo sé? E’ reale l’esperienza di felicità, piacere, profitto, nome, fama? Qual è il carattere di queste esperienze? Chi è l’io che brama queste esperienze? Quando quell'investigazione ha inizio, stai praticando pratyahara; quando l’investigazione diventa altamente concentrata, c’è dharana e quando l’investigazione diventa molto attiva dentro, c’è dhyana, meditazione. Poi, all’improvviso, tutto sembra cadere e...sei lì: samadhi.

01-GENNAIO



Swami Venkatesananda: 3 gen.
Domanda: Non ho mai pregato nella mia vita, neanche durante la guerra; sono sicura che non riuscirò mai a farlo nella maniera consueta ma, quando mi trovo su una montagna e sono sopraffatta dal silenzio e dalla bellezza e questo mi rende infinitamente felice, non è anche questo pregare?

Risposta: Forse, ma è importante osservare e vedere: qual è il fattore più importante in quello stato? E’ che “mi rende felice”? Allora stai rendendo “me” supremo e “quello” uno strumento per rendermi felice; non credo sia questa la sostanza della preghiera.

La vera preghiera, io penso, è quando l’essere umano riconosce la futilità della sua personalità individuale e, in qualche maniera, guarda dietro il suo sé, verso un Essere superiore (Dio).

Anche qui la motivazione non è del tipo “Non riesco a spostare questo tavolo, mio caro Dio ti prego portalo per me”, ma il riconoscimento che quell’Essere conosce quello che l’individuo non sa.

La preghiera, perciò è un atto di resa. Uno può credere o non credere in Dio o in quella che è venuta ad essere considerata religione, ma è chiaro che, fino a quando il sé governa la vita, non può esserci pace, felicità, benessere, non può esserci integrità né sincerità.


Swami Venkatesananda: 7 gen.      Un Mantra

Lo studente di yoga riceve spesso il suggerimento di usare un mantra. Cos'è un mantra? E' una sorta di formula "che ti salva" dalla tua stessa mente. Qualsiasi mantra o tutti i mantra possono permetterti di trascendere la mente. La mente ripete il mantra e la mente stessa è in grado di ascoltarlo interiormente. Se, mentre ripeti il mantra, ti chiedi: "Da dove viene questo suono?" diventerai consapevole della mente… Quello che è consapevole della mente è al di là della mente.

Lo yoga non può essere praticato, quando uno si isola dal mondo; perché yoga vuol dire relazione armoniosa con la società! E' nella mia reazione al comportamento degli altri, a quello che fanno o dicono, che scopro me stesso. Quella scoperta mi permette di andare ancor più in profondità e scoprire infine che l'io stesso è un pensiero, il primo pensiero, una specie di computer in cui tutti i dati (tradizione, eredità, influenze ambientali, educazione, cultura) sono stati inseriti. Quando si toglie questa copertura, la coscienza cosmica si rivela.


Swami Venkatesananda:   8 gen.

C'è molto nella meditazione del mattino. Mentre dormivamo non eravamo preoccupati, infelici, gelosi o adirati, ma questi stati sorgono appena ci svegliamo. Lo yogi si sveglia presto, come per dire alla mente: "Capisco che vorresti dormire fino alle sei del mattino e poi svegliarti alle tue preoccupazioni. Questo te lo lascerò fare!  Ma io mi sveglierò alle cinque per meditare. Spero tu comprenda che quel periodo non rientra nell'orario in cui tu cominci a preoccuparti, visto che a quell'ora dovresti dormire!"
Durante la meditazione del mattino, lo yogi s'incontra con la pace e la quiete che è naturale alla mente, quando non è sottoposta ad alcuna delle modificazioni portate dall'interazione con le esperienze dei sensi e la loro natura mutevole. In quello stato non è difficile osservare, con attenzione, tutte le porte della mente,  per "vedere" come la mente riceve la prima modificazione. Allora, se uno s'innamora della pace mentale, questa vigilanza proteggerà la mente contro le modificazioni che portano agitazione.

Swami Venkatesananda: 9 gen.

Così tanti metodi sono stati suggeriti per migliorare se stessi, come la soppressione delle cattive abitudini, la sostituzione o la sublimazione, il pensare positivo, la preghiera, la penitenza, il vivere in armonia con l'infinito o Dio. Sicuramente tutti questi hanno la loro utilità in questo mondo, ma spesso dimentichiamo che dev'esserci un'intensa sincerità perché queste pratiche raggiungano il loro scopo.

Tale sincerità ci porterà invariabilmente faccia a faccia con la nostra mente e le sue cattive tendenze, e questo è lo yoga. Se questi metodi vengono applicati meccanicamente, può darsi che invece ci allontaniamo dalla stessa mente e che, sotto quella parvenza di sacralità, fiorisca un'indole cattiva, che si manifesterà in momenti di distrazione.

Uno che è intensamente sincero e osserva la sua mente senza interruzione, è davvero virtuoso perché in grado di vedere direttamente l'effetto autodistruttivo degli opposti di quelle che gli Yoga Sutra descrivono come virtù o yama[1] Si potrebbe dire che è costantemente in sintonia con Dio (perciò un bhakta o devoto), ed il suo non-egoismo fluisce da lui come servizio amorevole verso tutti (perciò è un karma yogi), e conosce bene se stesso (perciò è uno jnani).

[1] Yoga Sutra II. 30. ahimsā satyā asteya brahmaciaryā aparigrahā yamāh
(Quando la luce dell'intelligenza o la consapevolezza della verità illumina la sostanza mentale, l'ordine psicologico viene a prevalere e si manifesta attraverso i seguenti articoli di naturale autocontrollo o disciplina: non-violenzapercezione di ciò che è o verità; non accumulare; continenza o movimento senza sforzo dell'essere totale nell'essenza cosmicaassenza di cupidigia.)


Swami Venkatesananda: 10 gen.

Gli yogi avevano intuitivamente realizzato che quasi ogni attività coinvolge una spesa di prana, che persino mangiare è una spesa di prana; benché il cibo (il contenuto in vitamine) abbia un piccolo contenuto di prana, la nostra fonte principale di prana rimane il sonno! Il naturale corollario di questa realizzazione è questo: quando il corpo e la mente sono a riposo vengono ricaricati di prana e quando c'è uno stato di agitazione o eccitazione ne vengono svuotati. Questo è il principio vitale dello yoga. Se s'ignora questo principio, tutte le pratiche yoga diventano un tipo di ginnastica, utili per rafforzare i muscoli, ma essenzialmente un consumo di prana.

Qualsiasi forma di agitazione nervosa (forte desiderio, ira, gelosia, ansia, paura e odio) è un forte consumo di prana e diventa una situazione dolorosa quando la persona così agitata non riesce a dormire; l'intero sistema nervoso è sotto tensione. Il pranayama riduce la tensione nel sistema nervoso; il genio degli yogi inventò un sistema di esercizi di respirazione per calmare il sistema nervoso e riportare l'armonia. Se, nello stesso tempo lo yogi si connette con la sorgente interiore di prana, per mezzo del japa (giapa: ripetizione del mantra) e dello stato meditativo, allora gli effetti del pranayama saranno davvero miracolosi.

Swami Venkatesananda:           11 gen.

Possiamo liberarci anche dall'ansia di liberarci dall'ansia?
Questo è possibile se la mente si rende conto che quella grande saggezza e potere che ha creato voi ed io e l'intero universo è certamente capace di sostenerlo; non si tratta di avere una fede cieca, ma di una fede che nasce dalla visione interiore ottenuta con la meditazione.
L'andamento del respiro indica lo stato del sistema nervoso: i due sono collegati. Se durante la respirazione a narici alterne, osservi il flusso del respiro, conosci lo stato dei tuoi nervi! Quando il respiro è disordinato o corto, anche il sistema nervoso è in uno stato di agitazione. Invece di fare l'inutile sforzo di "controllare" l'agitazione, se continui con la respirazione consapevole, l'agitazione si riduce.
Inspira attraverso la narice sinistra ed espira attraverso la destra; ora inspira con la destra ed espira con la sinistra. Quando questo diventa facile, fluido e prolungato, prova a trattenere il respiro per alcuni secondi. Quando anche questo diventa facile, allora cerca di tenere i polmoni vuoti per alcuni secondi dopo ogni espirazione. Forse questo ti aiuterà a realizzare cos'è il prana! Osserva attentamente: il potere che richiede l'inspirazione successiva è il prana.
Se vuoi la giusta ispirazione, respira correttamente; ecco cosa significa "inspirare".

Swami Venkatesananda:              12 gen.

Lo Yoga non è né una serie di esercizi né la capacità di parlare come se uno sapesse tutto della vita sulla terra e altrove. Non è discutere su Dio né è disgusto per il mondo. Nessuna di queste cose pone alcun problema serio nella nostra vita, esse esistono anche quando dormiamo profondamente, ma i problemi non esistono allora, perché il creatore dei problemi non esiste. Il creatore è la nozione "Io sono…"

Attraverso i suoi vari metodi e diverse tecniche, lo yoga ci aiuta a realizzare questo. Deriviamo l'energia o la forza vitale, il prana, non tanto dal cibo, dalle bevande, dall'esercizio fisico e neanche dal riposo, quanto dal sonno profondo. Quando l'io è assente, il prana fluisce liberamente. Quando è, anche solo temporaneamente, sospeso amiamo e serviamo, dimenticando noi stessi: l'energia scorre liberamente e ce n'è in abbondanza.

La salute, la felicità, la guarigione, la santità, il potere, l'illuminazione e l'estasi sono una sola cosa e questa è al di là del "me". Quando questo "me" cessa di essere, c'è armonia. Quell'armonia è yoga. Il prana fluisce, l'amore fluisce, Dio è.

Swami Venkatesananda:              13 gen.

Ci rendiamo conto che il mondo non ha mai realmente goduto la pace? Infatti, è proprio questo il motivo per cui ancora desideriamo la pace. Certamente vi sono stati periodi di pace, ma sono stati come delle tregue tra due guerre, periodi in cui le potenze si sono riposate per recuperare, come i pugili tra due riprese. Una maniera molto semplice di abolire le guerre è di insistere che la persona firmataria della dichiarazione di guerra debba essere il primo soldato sul campo di battaglia. Sono sicuro che nessuno si azzarderà a firmare una dichiarazione di guerra che diventerebbe la sua condanna a morte.
Forse vi sembrerà disgustoso - la verità è spesso sgradevole - rendervi conto che chi sostiene una guerra nella quale altri combattono e vengono uccisi, è un cannibale; un cannibale uccide altri esseri umani in modo che lui possa vivere.
D'altra parte è ovvio che la guerra non può e non sarà abolita finché il clima personale e sociale che genera la guerra non cambia. L'accumulo della ricchezza e la concentrazione del potere, la distribuzione disomogenea della risorse naturali, la palese o celata negazione ad alcuni dell'opportunità di studiare o lavorare, l'oppressione e lo sfruttamento di alcuni da parte di altri - questi generano il conflitto, la guerra e la violenza.

Swami Venkatesananda                        14 Gennaio

Io sono di natura ottimista, ma sono anche abbastanza realista da essere pessimista quando si tratta di accettazione di massa di qualsiasi dottrina, pensiero o ideologia.

Un "lavaggio del cervello" può essere fatto da esponenti che aspirano al potere in qualsiasi campo; questi possono trovare argomenti convincenti per convincere i convertiti - i quali spesso si convertono perché divideranno una parte del bottino. Una tale procedura può essere non necessaria in una società totalitaria; ma in una tale società la dottrina o l'ideologia non è realmente accettata dal popolo - la paura reprime l'opposizione interiore che aspetta il momento opportuno per scoppiare in una contro-rivolta.

In ognuna di queste situazioni qualcuno fa riferimento ad un verso di una scrittura o avanza argomenti altruistici. Tutto questo diventa chiaro quando riflettiamo sullo stato del mondo in cui viviamo - un mondo che pure è stato calpestato dai piedi benedetti di Krishna, Buddha, Gesù, Maometto, Gandhi e migliaia di santi e saggi.
La maggioranza delle persone nel mondo sarà sempre legata al materialismo; come Krishna dichiarò:

"Uno su mille si sforza per la perfezione spirituale".

Eppure è possibile visualizzare che intorno a quei grandi uomini qui citati si riunì un gruppo di seguaci e di apostoli. La maggior parte di questi erano ovviamente dei giganti spirituali. Questo è possibile: e questa è la base del mio ottimismo.


Swami Venkatesananda                        15 Gennaio

DOMANDA: Come ci comportiamo con qualcuno che si considera nostro nemico? Dobbiamo piegarci e mostrare la nostra debolezza, lasciargli godere un po' di più la nostra caduta?
Se io sono molto bravo nel mio lavoro e qualcuno e geloso, non è come tentare gli altri, come mostrare il gioiello al vicino?

RISPOSTA: Tu stai affrontando il problema da un punto di vista sbagliato e impossibile. Tu non sai per certo quello che l'altra persona fa o pensa. Rivolgi la domanda a te stesso:
Stai tu considerando te stesso come suo nemico? Stai tu cercando di essere più bravo di lui per renderlo geloso?
Se non è così, sii te stesso. L'altro risolverà prima o poi il suo problema; in ogni caso è affar suo.
*** 
Alcune persone hanno amici che li amano e nemici che li odiano.
Alcune persone fortunate hanno amici che li amano e nemici che li comprendono.
Altre persone hanno nemici che li disprezzano e amici che li hanno in antipatia e li disapprovano.


Swami Venkatesananda                        16 Gennaio

Chi è la tua amica e chi è la tua nemica?

E' la tua mente. Se la tua mente è controllata, disciplinata e pura, quella mente è la tua amica. Se la tua mente è impura, indisciplinata, violenta, piena di odio, attaccamento e vanità, è la tua nemica. Qui non c'è una divisione tra mente pura e mente impura: la parte impura della mente non può essere distrutta; dev'essere purificata e l'impurità dev'essere gettata via.

Per avere questo risveglio, tutti i vecchi pregiudizi devono scomparire; qualunque fede nel falso dev'essere scartata. Abbiamo questa percezione? Riusciamo a vedere che le nostre stesse false credenze, i pregiudizi, la fede in ciò che è irreale, ci stanno portando verso il precipizio? Se non vediamo questo pericolo, è meglio che interrompiamo ogni inchiesta. Finché non ci risvegliamo, non vediamo la verità e per svegliarci, dobbiamo confrontarci con la tragedia della nostra vita.

La saggezza consiste nell'essere capaci di vedere di prima mano, intimamente, senza alcun mediatore. Cosa devo vedere? Che la nascita è dolore, che la morte è la mannaia e che la mia percezione di entrambi è solo di seconda mano. Non apprezziamo i doni divini, perciò la nostra vita è piena di dolore immaginario. Il dolore è ignoranza profonda, ignoranza spirituale, cecità spirituale, nella cui stretta perversa siamo intrappolati.

       Swami Venkatesananda                        17 Gennaio

Promuovere la pace e condurre l'uomo alla beatitudine eterna sono i veri significati e scopi della religione. Eppure, non ci vuole molto perché chiunque si renda conto che, al contrario, la religione è stata accusata di promuovere la disarmonia e il dolore. E' la religione che ha fallito nel suo compito o siamo noi che abbiamo fallito nella religione?

Se vi fate un giro per il mondo, scoprite un fenomeno interessante. Quelli che appartengono a degli ordini religiosi dicono ai laici quello che dovrebbero fare, e i laici pongono delle regole per gli ordini religiosi. Quando ci sarà qualcuno che assimilerà lo spirito della religione in modo che questo possa agire da dentro di lui?

Quando ci confrontiamo veramente con lo spirito della religione e comprendiamo intellettualmente il messaggio della religione, ce ne allontaniamo. Siamo riluttanti ad abbandonare la nostra maniera egoistica e materialistica di vivere, ma produciamo degli abili argomenti per difenderla e forse anche per riconciliarla con la religione!

Le "responsabilità familiari", l'"ordine sociale", la "difesa personale", vediamo che tutti questi militano contro lo spirito fondamentale della religione che è la resa totale di sé alla volontà di Dio e l'amore incondizionato per il prossimo.



Swami Venkatesananda                     20 Gennaio

Come mai leggiamo e rileggiamo i testi sacri come la Bhagavad Ghita? Il giornale del mattino non lo rileggiamo, a meno che non ci sia qualche scandalo o pettegolezzo. Non basta leggere il Vangelo o la Bhagavad Ghita una volta sola? Rileggendo  la scrittura scopriamo che, mentre questa ovviamente rimane la stessa, il lettore non è lo stesso; c'è un continuo cambiamento che avviene in noi: o ero immaturo qualche anno fa e ora sono maturato, oppure ero maturo allora e adesso sono diventato un po' meno sveglio: il cambiamento però è continuo e, siccome è continuo, non lo notiamo.
Quale percentuale di quello che sentiamo o leggiamo ci ricordiamo? Molto poco; la mente ha la straordinaria capacità di registrare solo quello che è pronto ad accettare oppure quello che ci scuote. Man mano che maturiamo però, sempre più scompartimenti della mente si aprono e diventano ricettivi. Allora, le stesse parole che avevamo ascoltato chissà quante volte, assumono un altro significato. Perciò rileggere la stessa scrittura ha su di noi una maggiore influenza e produce degli effetti.


Swami Venkatesananda                     21 Gennaio

Si dice che gli insegnamenti della Bhagavad Ghita furono dati sul campo di battaglia. Un insegnamento assume significato solo quando uno si trova nella situazione che viene descritta - allora non è più una descrizione ma una realtà. E' facile drammatizzare e immaginare ogni sorta di situazioni, ma finché uno non si trova realmente nella situazione, il significato non è chiaro; eppure  noi studiamo la scrittura ogni giorno.
Quando la guerra del Mahabharata cominciò, Krishna, che gli indiani considerano un'incarnazione divina, si offrì di guidare il carro del guerriero Arjuna. Questo guerriero così coraggioso qual era Arjuna, chiese a Krishna di guidare il suo carro da combattimento al centro dei due eserciti schierati, in modo che potesse osservare tutti quelli che erano coinvolti nella battaglia. Quando però vide quelli che aveva chiamato suoi nemici, il suo atteggiamento cambiò. Questi non gli sembravano più nemici - erano parte della sua stessa gente, i suoi cugini, i suoi maestri. Si accasciò sul carro dicendo a Krishna: "Devo combattere e ucciderli?"


Swami Venkatesananda                     22 Gennaio

Quando leggete questi versi ne siete toccati: "Non è meraviglioso! Non è idealistico!" Ma Krishna non lo considerò vero altruismo; quel tipo di compassione basata sull'ignoranza non era che viltà; a volte evitare la violenza può essere un'altra forma di violenza. Formalmente noi consideriamo solo l'aggressione di un altro come violenza; se colpisco un altro sono violento ma se sto scoppiando dalla rabbia e la sopprimo, vengo considerato non violento. Se colpisco un altro, lui viene ferito ma, se sopprimo quell'ira, io sono ferito.
Noi conosciamo solo questi due, pensiamo di dover scegliere tra l'uno o l'altro: o devo dare sfogo alla mia violenza, oppure devo sopprimerla. Non c'è una terza possibilità? Quella terza possibilità comporta il comprendere me stesso e comprendere gli altri - venire alle prese con la vita così com'è, vedere la verità per quello che è, vedere l'intero cosmo per quello che è. Quando quella verità è vista, quella verità stessa agisce.


Swami Venkatesananda                     23 Gennaio

Qual è dunque la differenza tra un codardo e un saggio? Entrambi potrebbero ritirarsi dalla battaglia ma, quando il codardo si ritira trova sempre necessario razionalizzare o giustificare le sue azioni. Quando uno sente di dover giustificare le proprie azioni è perché dentro ha un senso di colpa. Se non mi sento in colpa, non mi giustifico per quello che faccio, lo faccio e basta. Quando più tardi, a casa andrete a dormire, non vi sentirete in colpa; se però cominciate a russare qui, vi sentite in colpa e dite: "Sapete ho lavorato tanto oggi e sono stanco". Chi è interessato a questo? Solo voi, perché volete coprire il vostro senso di colpa giustificandovi.
Anche Arjuna, discutendo dei più alti principi morali sta parlando fuori luogo; il fatto stesso che la sua mente chiede una giustificazione mostra che c'era della confusione in lui. Se non c'è confusione, non si cerca una spiegazione o razionalizzazione. La giustificazione viene come copertura e la risposta di Krishna vuole raggiungere quello che c'è dentro, al di sotto di questa copertura. Non è come se la Bhagavad Ghita approvi la violenza come naturale per la società umana; l'insegnamento invece va nella direzione di smascherare i processi di pensiero e mostrare che dentro, nel profondo si trova la verità.   Se vai a sbucciare i tuoi sentimenti, i tuoi processi di pensiero, le tue razionalizzazioni, lì la verità risplende.


Swami Venkatesananda                     24 Gennaio

Lo Yoga dunque è un sistema per togliere la maschera da se stessi, per vedere se stessi così come si è. Arjuna, l'allievo, questo non lo stava facendo, ed è proprio questo che Krishna, il maestro, lo ispira a fare, rivelando una semplice contraddizione nel suo comportamento, "Tu parli come se fossi un saggio ma i saggi non si addolorano: l'afflizione e la saggezza non coesistono", dice Krishna nel primo verso del suo insegnamento. Invece di cercare delle spiegazioni esterne, guarda direttamente questa preoccupazione, scopri questo dolore e questa debolezza interiore; finché uno cerca spiegazioni e giustificazioni al di fuori di se stesso, non si pone fine a quella inquietudine interiore. Ci si sta chiedendo la domanda sbagliata.
Se avvicini un fiammifero a del cotone imbevuto di benzina, questo s'incendia ma, se avvicini lo stesso fiammifero a delle bucce di banana verdi, non succede niente; La differenza è nell'infiammabilità del materiale: quando ci rendiamo conto della nostra inquietudine interiore, dobbiamo cercare dentro, cosa corrisponde alla natura infiammabile del cotone. Non è il fuoco la causa dell'incendio: la causa è la natura infiammabile del materiale con cui viene a contatto. Se la disposizione interiore è trasformata, non s'incendierà mai; se quella predisposizione interiore è modificata non ci sarà mai dolore e preoccupazione, non importa cosa succede fuori.



Swami Venkatesananda                     25 Gennaio

Tutti noi siamo dotati di una certa natura interiore; Arjuna era un guerriero, era nato come guerriero e godeva di quella natura particolare di un guerriero. Un leone è carnivoro e gode della natura di un carnivoro; non c'è differenza tra un animale carnivoro che divora una gazzella, una mucca che bruca l'erba e voi ed io che mangiamo dei panini. Stiamo tutti facendo la stessa cosa: stiamo agendo in accordo con la nostra  natura fondamentale o coloritura interiore. Non c'è violenza in un leone che divora una zebra e non c'è violenza o conflitto in me, se mi conformo alla mia natura interiore. Se vivo in stretto accordo con questa natura, non c'è alcun conflitto interiore in me.
E' solo quando introduco qualcos'altro che il conflitto si manifesta nella mia vita. Ciascuno, agendo in accordo con la propria natura fondamentale compie una funzione importantissima in questo mondo; niente è stato creato ridondante. Ogni specie in questo mondo è stata portata in essere dal creatore e non c'è niente di sbagliato, eccetto quando il conflitto o la confusione si fa strada. Questa confusione sorge quando uno si allontana dalla propria natura fondamentale. E' perché Arjuna stava cercando di sviare dalla sua natura, cercando di adottare un atteggiamento che non era il suo, che Krishna gli dice di fare il suo dovere e combattere.





Swami Venkatesananda                     26 Gennaio

Qual è la propria natura? Vi sono alcune dichiarazioni sconcertanti nella Ghita, che spesso sono state mal interpretate: In un passaggio Krishna mette in ridicolo ogni tentativo verso la disciplina, "La natura funziona, ogni cosa funziona in modo naturale: cosa s'intende per controllo o disciplina?" Questa dichiarazione sembra contraria a tutti gli insegnamenti religiosi. In un altro punto Krishna afferma: "Il saggio, operando nella maniera in cui sembra operare, non è per niente contaminato dalle sue azioni". Gli occhi sono aperti, la vista ha luogo. Così, quando parliamo della natura, non è la tua natura o la mia natura, ma la natura stessa. Quello che è naturale è istantaneamente al di là del pensiero e dei sentimenti; la parola e l'intelletto ne tornano sconfitti.
Ci viene detto che nella guerra del Mahabharata dei grandi guerrieri combattevano tra di loro senza pietà ma, senza il desiderio di uccidere. Il peccato non è nell'uccisione di per sé. Il peccato è nel desiderio di uccidere. Una tigre che mi salta addosso non sta peccando - non ha il desiderio di uccidermi: la sua azione avviene senza l'interferenza dell'ego. Quando non c'è il desiderio di uccidere e non c'è il desiderio di proteggere, quando non c'è il desiderio di agire e non c'è il desiderio di frenarsi dall'agire, quando l'ego è completamente assente e l'azione ha luogo, quell'azione è azione naturale.




Swami Venkatesananda                     27 Gennaio

Quando una torcia è rivolta verso i miei occhi, le pupille naturalmente si contraggono: non c'è interferenza dell'ego, la natura agisce in maniera pura e, dove questo avviene, c'è libertà dalla violenza. Non c'è assolutamente alcuna aggressione. Il puro aspetto marziale della natura può manifestarsi per fare il suo lavoro; la natura può usarci come parte di un altro piano, di cui noi non abbiamo alcuna cognizione. I guerrieri del Mahabharata non professavano un desiderio personale di uccidere ma, essi stessi erano indifferenti, quando veniva il loro turno di essere uccisi: questa è la prova! Quando io sono l'aggressore e tu l'oppresso, posso citare a mio favore la più sublime filosofia ma, quando la sorte cambia, devo ancora essere in grado di sorridere alle meraviglie della natura. Se sei in grado di comportarti così, probabilmente hai visto un po' della verità.

Penso però che dobbiamo anche vedere come l'aggressione e il desiderio non siano differenti l'uno dall'altro: se ho il desiderio ho anche l'odio. Se mi piace qualcosa, automaticamente non mi piace qualcos'altro. Questi due sono un unico fattore psicologico; non posso cessare di odiare, di essere aggressivo, finché nel mio cuore c'è il desiderio. E' il desiderio stesso che si manifesta come odio. Se comprendo questo fenomeno del desiderio, allora comprendo il fenomeno dell'aggressione. Tutto questo può essere compreso e, quando viene compreso, il male cade via e la natura funziona.



[1] Yoga Sutra II. 30. ahimsā satyā asteya brahmaciaryā aparigrahā yamāh
(Quando la luce dell’intelligenza o la consapevolezza della verità illumina la sostanza mentale, l’ordine psicologico viene a prevalere e si manifesta attraverso i seguenti articoli di naturale autocontrollo o disciplina: non-violenza; percezione di ciò che è o verità; non accumulare; continenza o movimento senza sforzo dell’essere totale nell’essenza cosmica; assenza di cupidigia.)