Yoga Sutra I, 07-35



I.7.   pratyaksa anumana agamah pramanani

   Cosa sono le provate teorie?
   E' detto che le teorie derivano la loro prova da una delle seguenti fonti:
   (1) percezione diretta, esperienza dei sensi, o intuizione,
   (2) deduzione o estensione della percezione diretta e dell'esperienza dei sensi o credenze: in assenza della prova o esperienza diretta, la prova indiretta viene dedotta dall'applicazione corretta o incorretta di principi di logica scelti da sé, che spesso conduce a vaghe generalizzazioni o supposizioni che "poiché la teoria viene da una fonte generalmente affidabile, dev'essere corretta".
   (3) autorità o testimonianza fidata di scritture o altro - dove, ancora una volta, uno accetta come prova le affermazioni di coloro che uno ha accettato come 'L'autorità', in cui questa accettazione è cieca e fanatica.

I.8.    viparyayo mithya-jnanam atad rupa pratistham

   Il pensare erroneo o falsa conoscenza è basato sull'errore, sull'errore di identità, dove la cognizione è irreale e difettosa e quindi la conoscenza è anch'essa difettosa, e dove non c'è assonanza tra l'espressione e l'esperienza, tra la sostanza e la descrizione.

I.9.   sabda jnana anupati vastu-sunyo vikalpah

   Espressioni fantasiose o allucinatorie e anche esperienze o immaginazioni sono "suono senza sostanza", parole e frasi vuote o descrizioni che non hanno una corrispondente realtà, quantunque realistiche o ispiranti o soddisfacenti possano apparire: perciò queste sono le più ingannevoli e le meno affidabili.

I.10.  abhava pratyaya alambana vrttir nidra

   Quando il nulla o il vuoto è il contenuto della mente, quando l'idea del nulla soltanto prevale, o quando la mente pensa di non pensare affatto, c'è il sonno, che è uno stato di inerzia mentale o psichica.

I.11.  anubhuta visaya asampramosah smrtih

   La memoria è il non abbandono dell'impressione creata da esperienze passate, che viene ravvivata con un impatto sulla sostanza mentale simile a quello del tempo dell'esperienza originale, ma con o senza i dettagli  e la reazione emotiva originaria.

I.12.  abhyasa vairagyabhyam tan nirodhah

   La giusta comprensione e la realizzazione della reale natura di queste cinque categorie di stati mentali, è acquisita con
   (1) la pratica corretta, e
   (2) il simultaneo,  naturale e saggio evitare delle influenze distraenti. Quest'ultimo include il non sorgere di brame e attrazioni che accentuino la propria confusione, e la costante percezione nella Luce interiore che lo scambiare gli stati mentali per l'intelligenza indivisa, è sia la causa che l'effetto dell'annebbiarsi della Luce. Tale percezione è sufficientemente forte e saggia da sapere che l'intelligenza resta per sempre incontaminata  dall'ignorante caparbietà.

I.13.  tatra sthitau yatno abhyasah

   Qualsiasi costante e continuo o persistente e vigilante sforzo per tenersi saldo nella comprensione della verità dell'indivisibilità dell'intelligenza cosmica è chiamata pratica spirituale (azione giusta o pratica corretta).

I.14.  sa tu dirgha kala nairantarya satkara asevito drdhabhumih

   Ma, quando si dice che uno è ben saldo nella pratica?
   Quando questa spontanea consapevolezza o coscienza cosmica continua senza interruzione, per molto tempo, e si è devoti ad essa con tutto il proprio essere, in piena sincerità e onestà.

I.15.   drsta anusravika visaya vitrsnasya vasikara samjna vairagyam

   Come si evitano le influenze distraenti senza essere distratti da tale sforzo?
   Quando la coscienza funziona con una maestria tale che la coercitiva e irresistibile brama di oggetti visti o di cui si è sentito parlare, è abilmente (cioè, senza soppressione o espressione, inibizione o indulgenza) rivolta su se stessa - ne deriva un'intensa e struggente inchiesta in cerca del cosa, come e dove della brama stessa: questa è chiamata assenza di coloritura o assenza di passione.

I.16.  tat param purusakhyater guna vaitrsnyam

   Mentre negli stadi iniziali della pratica yoga questo "rivolgere la brama su se stessa" può essere (1) cieca soppressione, o (2) un atto di sacrificio con una ricompensa in vista, o (3) nel migliore dei casi un'espressione attiva di fede implicita in una accettata autorità - la ricerca spirituale trascende tale qualificata autodisciplina, quando QUELLO che è "al di là" della condizionata e perciò frammentata personalità interiore è direttamente visto come libero da ogni brama.

I.17.   vitarka vicara ananda asmita anugamat samprajnatah

   La realizzazione dell'essere incondizionato è a volte associato con il ragionamento o l'esame logico, con la profonda non-razionale inchiesta, con un'esperienza di beatitudine o di puro stato di essere. Eppure, anche in quei momenti c'è coscienza della relazione soggetto-oggetto, e conoscenza dello stato fisiologico e psicologico, delle esperienze e delle azioni.

I.18.  virama pratyaya abhyasa purvah samskara seso anyah

   Diversa da questa è la pratica che è basata sulla cessazione di ogni sforzo persino di meditare: questa pratica conduce spontaneamente alla tranquillità. In essa, solo le impressioni o memorie rimangono: di tali impressioni è costituito il "me".

La cessazione dello sforzo non cade dal cielo; per cominciare devi probabilmente far uso di alcune delle pratiche già descritte, che implicano una certa quantità di sforzo: è lo sforzo che mantiene attive tutte le attività mentali, che disturbano l’illuminazione. A quel punto lo sforzo sembra essere inutile, perciò cade via; solo la memoria delle esperienze passate rimane, perché l’io è lì, i saṁskāra sono presenti ed è questo che consuma un corpo dopo l’altro, finché questi non vengono abbandonati nella totale illuminazione. Il maestro suggerisce che, fino a quanto questo sforzo è nella direzione giusta, non hai raggiunto la meta, ma sei al sicuro.
“Saṁskāra” può essere vagamente tradotto come tendenze latenti, predisposizioni o condizionamenti psicologici. Questo è diverso dalla memoria; la memoria è qualcosa che puoi vedere, saṁskāra è qualcosa che vede, che si riappropria della memoria. La memoria è un pensiero, saṁskāra è la cosa che pensa, che ha registrato la memoria in primo luogo: la differenza dev’essere compresa chiaramente.
Saṁskāra per lo yogi è un problema molto più grande della memoria; ogni azione e ogni esperienza che ci tocca nella vita lascia un’impressione. Fai una cosa una volta o diverse volte e diventa una memoria, che è al di fuori di te, così puoi guardarla e sentirla. Ad un certo stadio (Dio solo sa quanto questo accade), non è più una memoria: si appropria di te, e tu non sai neanche più della sua esistenza; non è più qualcosa che puoi vedere e governare, è diventato te. Ogni volta che sei preso dalla passione, dall’ira, dall’agitazione o dalla gentilezza, per esempio, i saṁskāra della passione, dell’ira, dell’agitazione e della gentilezza diventano più forti e i solchi più profondi; tutti questi solchi messi insieme sono il “me”. Perciò non c’è una differenza fondamentale tra i saṁskāra e quello che viene chiamato ego o “me”.
Nonostante tutto lo yoga e la meditazione che pratichi, i saṁskāra restano latenti, dormienti e si ritrovano anche nello stato comunemente chiamato samādhi.
A meno che non scendiamo a lavorare sui saṁskāra, non abbiamo fatto niente nello yoga – siamo solo esperti nel riorganizzare la nostra libreria. Puoi riorganizzare la tua vita – che è esterna; puoi riorganizzare la successione dei pensieri – anch’essa esterna, puoi riorganizzare la tua memoria dicendo, “Non ricorderò questo, ricorderò solo quello”. Se hai seguito attentamente il tragitto fino a questo punto, sembra molto facile riorganizzare questi aspetti. Ma come portare un cambiamento nel saṁskāra – non nella banca della memoria, non negli schemi di pensiero, ma nel pensatore, nel fautore stesso del pensiero. Il saṁskāra è la cellula della tua cellula, l’anima della tua anima, lo spirito stesso che è stato assimilato dentro di te, è diventato te. Perciò è così forte che è quasi impossibile alterarlo e, a meno che non venga alterato, non c’è yoga!
Non sono i saṁskāra o le azioni di per sé che contano ma quello che ha l’esperienza ed è l’autore delle azioni, che misteriosamente sorge quando i saṁskāra sono presenti. Anche solo riconoscere la loro presenza è di per sé un grande passo. L’unico modo di lavorare con essi è la vigilanza costante; se uno è attento e vigile, tutte le esperienze – sia che vengano classificate come piacevoli che dolorose – possono essere utilizzate per far scattare l’osservazione di sé o la meditazione.
I raggi della mente, che fluivano lontano dal centro, sembrano volgersi verso la loro stessa fonte; durante quel processo c’è una calma e un abbandono dello sforzo. L’attenzione e la consapevolezza sono ancora lì e c’è questo movimento improvviso, che non è movimento ma una potente dinamica calma, paragonabile alla fiamma di una lampada in un luogo senza vento: è ferma ma sappiamo che in ogni istante milioni di scintille scorrono in essa.
In quella calma dinamica c’è una molto chiara consapevolezza dell’osservazione stessa, senza un osservatore. C’è una fortissima calma e pace interiore: potete chiamarla beatitudine, Dio o Coscienza, come volete; quando questo avviene, la coloritura della mente e il gioco delle predisposizioni latenti o saṁskāra vengono visti e non c’è alcuno sforzo. Lo sforzo cessa: nel momento in cui fai uno sforzo, infatti, questo stesso diventa l’autore, il soggetto che dice, “Io pratico la meditazione”. Nello stato in cui non c’è sforzo non c’è neanche l’idea che tu stai praticando la meditazione.
Quando il processo della meditazione di cui abbiamo discusso è applicato a questi saṁskāra, c’è una seria curiosità. Perché mi comporto in questa maniera? Perché altri si comportano in maniera diversa? Cos’è che mi predispone a questa condotta - sia che si tratti di una condotta socialmente accettabile che inaccettabile?
Qui stai osservando direttamente non solo i saṁskāra ma la base, la fonte, il campo in cui crescono, per modo di dire.

Quindi lo yogi guarda i pensieri, i sentimenti e le emozioni con una specie di meraviglia e, all’improvviso si rende conto che sono tutti composti dell’unica sostanza. Qual è il contenuto di uno qualsiasi dei tuoi pensieri? Il pensiero! Può questa osservazione senza un osservatore (che è la meditazione) vedere attraverso tutto questo, fino in fondo, fino alla base dei saṁskāra, al contenuto dei pensieri e delle emozioni? A quel livello i saṁskāra cessano di esistere; un pensiero cessa di essere un pensiero e le emozioni cessano di essere emozioni, perché sei andato oltre il livello di queste denominazioni.

I.19.  bhava pratyayo videha prakṛitilayānāṁ

   Quando tali impressioni rimangono, si mantiene la possibilità (e la causa) di nascere di nuovo, anche dopo essere stato liberato del corpo attuale e dopo essersi integrato con la  propria vera natura o natura cosmica. Perchè tali impressioni o memorie nutrono e perpetuano la consapevolezza di una continuata esistenza personale.

Il sé è il letto dei saṁskāra, di tutte le tendenze e le predisposizioni messe insieme; quando i saṁskāra si formano nella mente, cos’è che proclama: “Io ho questa esperienza, io sono buono, cattivo, un indiano, ecc.”? Perché uno dice che queste impressioni appartengono a ‘me’, o che ‘io’ ho queste cattive abitudini? Sembra esserci un potere coesivo (il condizionamento o la limitazione) che tiene insieme tutte queste tendenze latenti, e che fanno sembrare che la coscienza infinita in qualche modo pensi: “Queste mi appartengono, di queste io sono fatto”. Anche il singolo pensiero che tutte queste idee e ideologie, nozioni e concetti, saṁskāra e vāsanā, ecc. siano parte di me, appartengono a me e io a loro, è un altro condizionamento.
Quando il corpo attuale cade e gli elementi di cui è composto sono restituiti alla natura, la successiva incarnazione e il mondo successivo sono determinati dalle condizioni in cui la coscienza (che pensa di essere limitata a questo corpo) viene a trovarsi. Essa crea il suo proprio spazio, il suo proprio mondo e diventa quello che la natura di quella coscienza avrà meritato di diventare in quel momento. (O, quello che determina che sia la natura di questo condizionamento nel momento che il corpo è abbandonato.) Questo continua a ripetersi, finché il condizionamento non sarà completamente abbandonato: per quanto tempo, nessuno può saperlo.
Non abbiamo altra scelta che continuare a praticare perché, fino a quanto questo condizionamento permane, ogni volta che questo corpo cade (viḍēha) ed i componenti vengono riassorbiti nella natura (prakṛtilayānaṁ) c’è un cambiamento interiore – una nuova nozione o concetto è formato. Solo quando la coloritura è caduta via e la coscienza si è completamente ripulita dai concetti che vi abbiamo sovrapposto, inclusa la nozione ‘io sono’ e ‘questa è la mia mente, la mia coscienza’ – c’è la liberazione.


I.20.  sraddha virya smrti samadhi prajna purvaka itaresam

   Nel caso di altri, quando tale spontanea realizzazione dell'incondizionato non avviene, tale realizzazione è preceduta da e precede la fede o devozione costante, una grande energia e l'uso della forza di volontà, un costante ricordo di insegnamenti e di proprie esperienze, la pratica di samādhi (lo stato di armonia interiore), e una conoscenza o discernimento di tale armonia - tutte queste guidano gradualmente verso quello stato di yoga.

I.21.  tivra samveganam asannah

   Comunque, perché non si fraintenda che tale graduale evoluzione implichi una distanza cosmologica o psicologica da coprire, dev'essere aggiunto che lo stato di yoga o l'intelligenza incondizionata è a portata di mano quale che sia l'accostamento seguito dagli aspiranti - se sono pieni di intenso zelo, entusiasmo, energia e sincerità, e sono così capaci rapidamente di superare gli ostacoli.

1.22.  mrdu madhya adhimatratvat tato api visesah

   Inoltre, è possibile vedere una distinzione tra leggero, medio, e intenso zelo, energia e sforzo, benché yoga (che è spontanea realizzazione dell'unità) e sforzo (che implica dualità) sono contraddizioni in termini.

I.23.  isvara pranidanad va

   O, lo stato di yoga è raggiunto per mezzo di una completa, istantanea, dinamica, energetica e vigilante resa del principio dell'ego alla onnipresente, eternamente esistente realtà o dio. Questa è istantanea realizzazione di Dio come la realtà unica, quando la ricerca (dell'ego?) dell'autoconoscenza incontra la sua controparte, l'ignoranza, e resta sconcertato in un incontro senza scelta, e quando il fantoccio ego-ignoranza istantaneamente crolla.

I.24.  klesha karma vipaka asayair aparamrstah purusa visesa isvarah

   Chi è dio?
   Quell'unica onnipresenza che dimora dentro, che non è mai contaminata né toccata dal campo delle azioni e dalle loro reazioni che affliggono l'individuo nell'ignoranza; ciò che rimane dopo il crollo dell'ego-ignoranza; quello speciale governatore interiore o intelligenza che è incondizionato dal tempo e il cui volere soltanto prevale anche nel corpo. In esso c'è unità, non è mai diviso. Perciò è al di là dell'ignoranza e della sua progenie.

I.25.  tatra niratisayam sarvajna bijam

   In quello (dio o resa a dio) c’è la fonte della più elevata ed eccellente onniscienza, poiché la limitazione di sé che è ignoranza è dispersa dall’eliminazione dell’ostacolo ego-ignoranza. (O, l’onniscienza in esso è naturale e non fa sorgere alcuna meraviglia).

Tatra significa "in quello" - forse in quella resa stessa o forse in Dio; è un'espressione laconica che uno deve interpretare secondo la propria comprensione.
Quando ti arrendi a Dio (Iśvara), che è onnipresente e onnisciente, in quella resa c'è l'onniscienza; l'onniscienza non è la conoscenza dei particolari da parte di un individuo (non è lo yoga che devi praticare per ottenere la conoscenza dei particolari, per quello vai a scuola o all'università!). La conoscenza del tutto da parte del tutto come il tutto è l'onniscienza, che vuol dire conoscere non solo tutte le cose, ma la base di tutte le cose, conoscere contemporaneamente la realtà - o diventare quella realtà, all'istante. Questo vuol dire solo che in quella persona non c'è confusione.
Quando questo senso dell'ego, la vritti di base "io sono" s'immerge totalmente nell'infinito, tutte le confusioni e le divisioni portate dalla sua presunta indipendenza trovano pace. Tutto qui: non si tratta di onniscienza in relazione a qualcos'altro (come per esempio un altro evento) ne di un'interpretazione. E' un'istantanea dissoluzione di ogni confusione, dubbio o domanda e di ogni ricerca.
Perciò in quello stato di onniscienza non c'è alcun dubbio riguardo la non esistenza dell'io; quell'ombra, che era stata proiettata e scambiata per una personalità con un'esistenza indipendente, è illuminata: l'ombra non è scomparsa ma è stata illuminata e perciò abbandonata, sacrificata, resa sacra. E' diventata una sola cosa con l'infinito. Questa è una cosa meravigliosa: non c'è una meraviglia più grande di questa. ...Quando ti arrendi a Dio (Iśvara), che è onnipresente e onnisciente, in quella resa c'è l'onniscienza; l'onniscienza non è la conoscenza dei particolari da parte di un individuo (non è lo yoga che devi praticare per ottenere la conoscenza dei particolari, per quello vai a scuola o all'università!). La conoscenza del tutto da parte del tutto come il tutto è l'onniscienza, che vuol dire conoscere non solo tutte le cose, ma la base di tutte le cose, conoscere contemporaneamente la realtà - o diventare quella realtà, all'istante. Questo vuol dire solo che in quella persona non c'è confusione.
Quando questo senso dell'ego, la vṛtti di base "io sono" s'immerge totalmente nell'infinito, tutte le confusioni e le divisioni, portate dalla sua presunta indipendenza, trovano pace. Tutto qui: non si tratta di onniscienza in relazione a qualcos'altro (come per esempio un altro evento) né di un'interpretazione. E' un'istantanea dissoluzione di ogni confusione, dubbio o domanda e di ogni ricerca.
Perciò in quello stato di onniscienza non c'è alcun dubbio riguardo la non esistenza dell'io; quell'ombra, che era stata proiettata e scambiata per una personalità con un'esistenza indipendente, è illuminata: l'ombra non è scomparsa ma è stata illuminata e perciò abbandonata, sacrificata, resa sacra. E' diventata una sola cosa con l'infinito. Questa è una cosa meravigliosa: non c'è una meraviglia più grande di questa.
In quell’onniscienza non sorge né una brama né un desiderio; quando l’unità è realizzata, le cose che ora ci turbano come la delusione, l’ignoranza, l’angoscia, la paura, l’ansietà, l’insicurezza e il dubbio, scompariranno tutte. Quello stato di coscienza nel quale non c’è neanche l’ombra del dubbio è sicuramente onnisciente.
L’Iśāvasya Upanishad dice: “Quando l’unità è realizzata, la delusione scompare, l’angoscia svanisce”. In quello stato di onniscienza uno vede che questi non hanno esistenza al di là della stolta affermazione di un individuo: “Io sono” – “spaventato” segue l’affermazione “Io sono”. Quando questo “Io sono” è superato, la paura non ha alcun punto di riferimento. Così anche la delusione, l’angoscia, l’ansietà e il dubbio cessano di manifestarsi, perché non hanno alcun punto su cui appoggiarsi.Per onniscienza non s’intende la capacità di leggere i pensieri degli altri; è cattiva educazione leggere le lettere degli altri e la persona che legge i tuoi pensieri legge le tue lettere prima che vengano scritte! Come potrebbe questo essere morale o auspicabile?Lo yogi onnisciente o Dio dovrebbe sapere dove hai perso il portafoglio? La coscienza onnipresente – che è sempre presente contemporaneamente in te, nel portafoglio, nel denaro e nella persona che ha preso il portafoglio – forse non ha la percezione che il portafoglio sia stato rubato. Quando tu prendi la penna da una tasca della tua giacca e la riponi in un’altra tasca della stessa giacca, non hai la sensazione che sia stata rubata. Se la penna è stata trasferita dalla tua tasca alla tasca di un’altra persona, allora Dio, essendo onnisciente e onnipotente, non sente che sia stata rubata: ha semplicemente cambiato tasca!Nel terzo capitolo ci vengono date istruzioni dettagliate su come venire a conoscenza di certi fenomeni. Dopo una vita di pratica di dhāraṇā, dhyāna e samādhi, siamo solo interessati a sapere come trovare un oggetto perduto o a leggere i pensieri di un altro?Dopo essersi dilungato nella descrizione di queste pratiche, Patanjali dice che si tratta di distrazioni, perché in tutte queste, la tua individualità è fermamente sostenuta: diventi sempre più egoista, sempre più confermato nella tua stoltezza e ignoranza; perciò il suo invito è a non perdere tempo con esse.


I.26.  purvesam api guruh kalena anavacchedat

   Quella onnipresente realtà, sia nel suo aspetto manifesto che immanifesto, è la fonte di ispirazione e di esperienza illuminante intuitiva di tutti i saggi da un tempo senza inizio: poiché non è condizionato (o diviso) dal tempo  . La luce interiore è senza tempo. L'esperienza illuminante è senza tempo, poiché il tempo è pensiero e il pensiero è ignoranza.

I.27.  tasya vacakah pranavah

   A quella onnipresente unica realtà che dimora dentro si allude come OM, che è il sempre-nuovo ed eterno suono cosmico che si ode in tutti i fenomeni naturali (il tuono, il boato dell'oceano, lo stormire del vento tra le foglie della foresta, e la conflagrazione) e persino nel riverbero degli strumenti musicali, nel rumore dei motori, e nel frastuono lontano della folla di carnevale.

I.28.  tad japas tad artha bhavanam

   Come utilizzare quell'OM nell'adorazione di dio?
   Ripetendolo, e nello stesso tempo, investigando su di esso, contemplando e saturando l'intero essere della sostanza da esso indicata - cioè, la Realtà o Dio, che è il reale "significato" di OM.

I.29.  tatah pratyak cetana adhigamo apy antaraya abhavas ca

   Quando si ripete l'OM in questa maniera allora la coscienza che è ordinariamente dispersa sulla diversità, è raccolta, concentrata  e rivolta dentro. Lo spirito d'inchiesta sulla sostanza di OM disperde tutti gli ostacoli o distrazioni senza necessariamente lottare o sforzarsi contro di essi.

I.30. vyadhi styana samsaya pramada
alasya avirati bhranti darsana
aabdha bhumikatva anavasthitatvani
citta viksepas te antarayah

   Quali sono gli ostacoli?
(1) Malattia, (2) letargia, (3) dubbio, (4) negligenza, (5) pigrizia, (6) incapacità di volgere via l'attenzione (dagli ostacoli), (7) perversa o distorta visione, (8) inabilità di trovare una base salda per l'investigazione spirituale, e (9) anche quando tale base è trovata, mancanza di fermezza della mente e dell'attenzione nel seguire la ricerca - questi sono gli ostacoli e le distrazioni, perché essi portano e costituiscono l'apparente frammentazione della sostanza mentale.

I.31.  dukha daurmanasya angam ejayatva svasa prasvasa viksepa saha bhuvah

   Dalla presenza dei seguenti sintomi può essere compreso fino a quale estensione la mente è disturbata o distratta:
(1) umore triste, (2) disperazione psicologica, (3) i movimenti del corpo, e (4) inspirazione ed espirazione. Prestando attenzione a questi fattori, è possibile giungere ad una comprensione del grado di serietà degli ostacoli: poichè essi coesistono con le distrazioni della mente.

I.32.  tat pratisedhartham ekatattva abhyasah

   Allo scopo di superare le distrazioni mentali uno dovrebbe fermamente aderire alla pratica di un singolo metodo. Benchè qualsiasi metodo aiuta a superare le distrazioni, il frequente cambiamento del metodo adottato nella propria pratica aggraverà le distrazioni. (Seguono diversi metodi suggeriti).

I.33.   maitri karuna mudito apeksanam sukha duhkha
 punya apunya visayanam bhavanatas citta prasadanam

   I seguenti quattro modi di comportarsi verso le vicissitudini della vita e in tutte le relazioni, poichè contribuiscono alla pace mentale, permettono ad uno di superare le distrazioni della mente:
(1) amichevolezza verso il piacere o quelli che sono piacevolmente disposti verso di lui (amici),
(2) compassione per chi è addolorato, e quando si è in una condizione dolorosa, dimenticare se stessi comprendendo quelli che possono essere in una simile condizione dolorosa,
(3) gioire nell'esaltazione di chi è d'animo nobile o santo, e
(4) indifferenza verso l'empietà, non essere trasportati verso di essa né avere disprezzo verso altri per la loro empietà.

I.34.  pracchardana vidharanabhyam va pranasya

   O, le distrazioni possono essere superate letteralmente e fisicamente espirando  l'aria e tenendo i polmoni vuoti, o adottando altri metodi come il digiuno o la contemplazione della morte, ecc., attraverso i quali uno simbolicamente "espira" e tiene il prana o forza vitale all'esterno, per così dire.

I.35.  visayavati va pravrttir utpanna manasah sthiti nibandhani

   O, l'intensa e vigilante attenzione verso le attività, suscitate dentro di sé dalle esperienze dei sensi può anche agire  come forza vincolante per prevenire le distrazioni mentali. Non è necessario dire che uno non dovrebbe perdersi in tali esperienze dei sensi. Di tale tipo è l'attenzione prestata alla respirazione o al movimento della forza vitale, o al "silenzioso" suono di un mantra pronunciato mentalmente, alla sottile visione della presenza divina, o all'esperienza dello "spazio di coscienza" nel cuore.




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